SUL TEATRO “MINORE” A CALIMERA DI LECCE
di binoteodori@ibero.it

La rassegna teatrale AREAZIONE, promossa da Somnia Theatri, si è conclusa a maggio scorso al Nuovo Cinema Elio di Calimera con lo spettacolo KAFKA RIDENS di Renato Grilli. Sul piccolo palcoscenico si sono esibite quattro piccole o piccolissime compagnie con due monologhi, “Perché ora affondo nel mio petto” (dalla Pentesilea di Kleist) di Roberto Corradino e M. Rita Simone in “Il suo corpo trasparente” (da M. Duras) per la regia di Mariano Dammacco, poi una piccola giovane compagnia di 7 attori, in “Il Processo” di Franz Kafka, e infine il citato monologo accresciuto di immagini, suoni e azioni di R. Grilli.
Spettacoli in apparenza diversi, per stile e contenuti, ma tutti di buon livello professionistico e di forte proposta culturale, che non hanno mancato di riscuotere un affettuoso successo tra gli spettatori. Trovare a posteriori un filo, un collegamento tra i 4 spettacoli, non è facile, ma ci proveremo.
1 LA PICCOLA DIMENSIONE
Il monologo nel piccolo teatro contemporaneo furoreggia.
Costi bassi per i teatranti, si dice, semplicità di allestimento e facile adattamento a luoghi e sedi, anche non teatrali. Inoltre costa poco ai Privati e Pubblici Produttori, sia alle Compagnie Produttrici che ai Comuni che finanziano le rassegne. I Tanti Soldi Teatrali Pubblici INVECE sono tutti a favore dei Numeri: numeri e teatri stipati per “vedere dal vivo” star decadute, attriciotte imbolsite, comici sfiniti che raschiano il fondo della loro fama proprio quaggiù; per loro la Puglia Regione, destra sinistra che sia, generosissima munifica gli ultimi sonanti applausi.
“C’è un pubblico intero da formare”, dicono. “Anni e decenni senza teatro”, insistono.
All’arrembaggio del nuovo attraverso il vecchio. Buona fortuna!
Qui invece s’è visto del Nuovo, che evidentemente di questi tempi si traveste da Piccolo.
2 IL PRIMATO DELLA PAROLA
Due degli spettacoli erano prettamente monologhi teatrali: solo parole in scena, ridotti al minimo costumi e oggetti, annullata la scenografia.
Avanza insomma al centro della scena quella “parola” che Carmelo Bene a Roma nei ’70 spiegò con manifesti appesi in tutta la città: “non il cosa, il come quella parola dice…“. Cose ovvie, scoperte dai filosofi da cent’anni, evidenti a ognuno nel comunicare quotidiano, eppure tutti ancora lì a cercare nelle parole “significati”, “personaggi”, al peggio “emozioni”.
Qui la parola, nei casi specifici di Roberto Corradino e di M. Rita Simone, è “soffio del cuore”, movimento di una personalità umile e potente che si fa parola, e insieme fa capolino dietro di essa. Soffio di un maschile forte e giovanilmente sfacciato, quello di Roberto, soffio di quel soave e duro che è il miracoloso del femminile nella straordinaria giovanissima M. Rita.
Ma ciò non avviene mai, come accade invece sempre nei Grandi “Registi e Gruppi”, con l’alterigia della Compagnia, con tutto quell’armamentario di trucchi del mestiere del teatrante che ci mostra solo “di credere a quel che dice” (Artaud).
Qui la scena si sgombra e appare da lontano una vecchia presunta nemica del Teatro, la Letteratura.
Appare l’invenzione linguistica e letteraria della Duras, la sua parola tersa, il suo vibrante intimismo, la superba lucidità delle cose, restituite da una drammaturgia sapiente e misurata: un vero “esercizio di ammirazione” del sempre sorprendente drammaturgo Mariano Dammacco.
Appare la parola “a tutto tondo”, alta e sonante, ricca di variabili e saliscendi, del testo che Roberto Corradino ha tratto da Kleist.
3 TEATRO E LETTERATURA
Teatro che torna alla letteratura, ma – guarda caso - proprio quella letteratura che Butor definì “minore e grandissima” per la sua capacità di andare oltre il tempo presente e di prefigurare la “geografia dell’anima futura”.
Il Gigante dei Minori, Franz Kafka, ispira gli altri due spettacoli.
Curiosa e non preordinata coincidenza, che non deve stupire: Kafka è un long-seller del teatro! Se cercate negli annali, vedrete riapparire allestimenti kafkiani in gran numero dall’80 ad oggi, in Italia e in Europa (ricordo nei ’90 una Metamorfosi a Parigi con il solo Roman Polansky in scena). Il Minore, a differenza del Maggiore (il Manzoni di turno per capirci, ora Pirandello, o Brecht, o Dario Fo) non impone UNA sola lettura come valida: il Minore ammette interpretazioni diverse e contrastanti.
Proprio quello che qui è avvenuto.
La Compagnia “Principio Attivo Teatro” opta per un Kafka di personaggi, dialoghi e parole alla lettera, restaurando il racconto de “Il Processo” che si offre qui come realistico, come fossimo in Dickens o Dostojevski.
Teatro Naturale in “Kafka Ridens” invece lavora per spostare quel Minore fino al Minimo, con voci e sussurri registrati, aforismi che sembrano motti di spirito, musica e canzoni, e si prende il rischio di fraintendere e di essere frainteso, a tutto vantaggio del risveglio dell’orecchio profondo dello spettatore.
Se qualcosa un Critico potesse suggerire al Teatrante, al termine di questo breve viaggio, gli direbbe: “ Torna alla letteratura!”
Dire “in pubblico” un racconto, un romanzo, persino un saggio, agli altri, per gli altri, è un lavoro analitico, duro, bellissimo, dagli effetti e dalle conseguenze straordinariamente positive per il pubblico teatrale. E inoltre utilissimo, decisivo – fuori dalle teorie rimasticate e dalle pratiche di allievi degli allievi – per ogni singola persona che voglia accostarsi al Teatro. Dentro la parola della letteratura, nascosto dentro il gesto dello scrivere, sta qualcosa di profondo e potente che oggi non può più dirsi o farsi ascoltare altrove che nel – in questo - Teatro, un dire che ha da tempo abbandonato la liturgica scena tradizionale e si è spappolato nei media.
E qui invece, a Calimera, si è SEMPRE sentito aleggiare!
4 LA POLITICA DEL TEATRO
I 4 spettacoli hanno staccato in tutto forse tra 500 e 600 Biglietti Pubblici Siae. Una media di 140 spettatori paganti circa per spettacolo, in unica replica. Chi scrive è tra la dozzina di super - privilegiati che non hanno perso nemmeno una puntata.
Quattro spettacoli di piccole e piccolissime compagnie, attive in Puglia e altrove ai margini di quel “Mercato Regionale” che l’assessore Godelli ha recentemente dovuto rimandare “alla stagion del mosto” (come diceva il mio prof al liceo) per “motivi evidenti legati alle loro trascurabili dimensioni…”, escludendole cioè “a priori”, via burocratica, dal Contributo Pubblico Regionale, anzi addirittura dall’Albo degli Operatori Qualificati (ma non erano quelli di sinistra i veri liberalizzatori ?).
Ci scusi l’Assessore, ma lo scrivente critico debuttante ritiene che abbia fatto male a non ascoltare la proposta di questi “margini”, proprio in virtù della Sua proclamata volontà di “mettere mano a un passato insostenibile”. E dico perché.
Il “passato insostenibile” è quello di un Teatro Pubblico o Privato Pubblicamente Provvigionato che si avvolge e si paluda SEMPRE di rituali pesanti ed esclusivi, si nasconde SEMPRE dietro le “difficoltà economiche del settore”, salvo poi giubilare - se gli torna utile alla Normativa del Contributo - il Giovane Emergente o invocare nei Progetti Prontamente Paneuropei un ruolo Sociale o Civile del Teatro. Insomma una Committenza Consensualmente Concordata che sembra parlare a se stessa e invece parla al vuoto.
Le grandezze in teatro non si sono mai misurate col Numero. Carmelo divenne grande nei ’60 romani con poche decine di spettatori e in un locale “non-a-norma”. Da allora cominciò una serratissima ed eterna polemica con i Distributori di Denaro Demaniale all’Arte Teatrale, in pagine che oggi forse non si rileggono più perché verrebbero i brividi, per il niente che è cambiato. Anzi forse qualcosa è cambiato: che ad agitare il Fantasma del Bene può capitarti di vedere proprio quelli che del Denaro Demaniale hanno fatto Tesoretto Teatrale. Lo spendessero davvero bene, Assessore, lo metterebbero al servizio di questi piccoli e piccolissimi che in autonomia vera e in professionalità leggibile ad occhio nudo, hanno le Carte Vere per dare qualcosa al Teatro a Tutto Tondo.
O la Politica Teatrale è faccenda d’altro significato e tenore? Non lo diceva Lei all’Insediamento che la precedente politica si era distinta per clientelarismo e dispersione? Annullare la seconda per decreto, sorvolare sulla prima per buona creanza, non La salva, non ci salva, dal chiedersi quale sia DAVVERO la direzione da prendere, il progetto e la visione a cui ispirarsi per un reale rinnovamento. Almeno porgere l’orecchio a chi quella nuova direzione la cerca davvero.
Devotamente suo. (si dice così ?)
Bino Teodori
2007-05-18 |